Di quando ho scoperto che il mio modello è Maga Magò (5 cambiamenti in corso di 10)

Nel suo caso (Ennatipo 6) credo che coltivare la spontaneità sia un veicolo teapeutico non meno importante dell’insight stesso. Gran parte della psicoterapia è un’educazione alla libertà.”

Claudio Naranjo

Questa citazione di Naranjo mi ha spalancato gli occhi. Non avevo mai pensato al mio percorso di psicoterapia gestaltica come un’educazione alla libertà.

La libertà di essere sé stessi e mostrare i propri lati oscuri, i dubbi e le paure, ma anche la libertà di concedersi la leggerezza, la gioia. La libertà della rabbia espressa e non agita (per quanto possibile). La libertà di tutta la dolcezza che è dentro di me.

Ecco qui un’accozzaglia di pensieri, emozioni, nuove consapevolezze, vecchie paure e conclusioni varie che elenco in ordine sparso dopo anni di lavori e sedute personali e di gruppo e di “non ce la faccio” e invece poi ce l’ho sempre fatta:

  1. Restare in contatto.
    Facile a dirsi, difficile a farsi, almeno a volte.

    Il ciclo del contatto – come definito da Paolo Quattrini – è così articolato:
    – “cosa sento” fase del precontatto in cui contatti l’emozione;
    – “cosa voglio” presa di contatto con il nostro bisogno;
    – “cosa faccio” per esaudire il nostro bisogno o desiderio;
    – infine “cosa sento dopo averlo fatto” in cui si innesta la soddisfazione o la frustrazione dopo aver compiuto (o peggio per non aver compiuto) una determinata azione.

    Tutte queste fasi sono ugualmente importanti. Per me significa, in particolare, prestare attenzione alla noia che nasconde la rabbia e alla rabbia che nasconde la paura. Stare in contatto con quello che sento, con le emozioni che sottendono ai più svariati comportamenti, per coltivare contemporaneamente l’autenticità e la libertà di esprimermi e arrivare a quello che io ritengo sia il mio progetto terapeutico: l’autosostegno.
  2. Autosostegno: che potrei descrivere come il desiderio di capire da sola, se e quando, sono soddisfatta di me.

    Per arrivare ad autosostenermi è necessario restare in contatto con quello che sento: ascoltare e comprendere i miei bisogni e le mie emozioni, sentire se quel che ho detto o fatto mi è piaciuto e capire come sto dopo averlo fatto per arrivare a dirmi, in autonomia, come sto e se mi sono piaciuta oppure no.
    Smettere quindi di aspettare un riconoscimento o un riscontro esterno che, nel mio caso, potrei volere da genitori, amici, compagni, terapeuti, colleghi e altri individui a caso.

    Questo è quello che definirei come autosostegno e progetto terapeutico per me.

    Non sono gli altri a dovermi dire quanto valgo perché sono in grado di autovalutarmi e autosostenermi nelle mie scelte e decisioni.
    Anche, anzi soprattutto, quando le conseguenze sono spiacevoli.
  3. “Ama il prossimo tuo come te stesso. Né di più né di meno” Fritz Perls.
    Ogni tanto mi ripeto queste parole perché ho tristemente scoperto di avere grandi difficoltà nel mantenere un rapporto alla pari, né sopra né sotto agli altri.

    La duplice tendenza che ne deriva è così riassumibile:
    andare nella mania di superpotenza in cui mi sento invincibile e gli altri diversi da me, soprattutto i caratteri che vivono la leggerezza con naturalezza, vengono considerati come inferiori;
    – all’opposto, mi sento un gradino più in basso e non riesco o, comunque, non mi do la possibilità di esprimere i miei bisogni e desideri.

    Ancora sono molto lontana dall’avere raggiunto un equilibrio tra queste due tendenze opposte, cerco di vivere piuttosto serenamente questa altalena che fa su e giù e di ricordarmi, ogni volta che ne divento consapevole, che mi sto mettendo o troppo in alto o troppo in basso e, così facendo, è difficile guardare veramente una persona negli occhi.
  4. Imparare a chiedere.
    Chiedere e chiedere ancora. Ho già detto chiedere? Sì, davvero. Imparare a chiedere.
    Ciò che si vorrebbe, ciò di cui si ha bisogno. Senza aspettarlo e senza pretenderlo, ma esprimere i desideri profondi, stupidi, ingenui. Tutto con spontaneità e naturalezza e enorme fatica. Grandissima fatica.
  5. Prendersi meno sul serio, molto, molto, molto (ho già detto molto?) meno sul serio.

    Con la consapevolezza che non si muore se si sgretola un pochino della nostra serietà e pesantezza. Con la consapevolezza che fare la sciocca è divertente. Che aiuta ad esprimere la rabbia senza che questa sia distruttiva. Scherzare con sé stessi e con gli altri per permetterci di essere liberi dalle nostre nevrosi caratteriali. E mordermi la lingua ogni volta che mi viene da dire “Io sono così”.

    Uscire dalla “dittatura dell’io”, perché io sono certamente così, ma posso essere anche cosà o cosù o purupupù.
    A tale proposito mi vengono in aiuto le parole di Paco Pennarrubia “Credo che lasciarsi guardare bene sia sinonimo di vedersi benevolmente.”

I prossimi 5 cambiamenti in atto ve (e soprattutto me) li racconto nel prossimo post.
Adesso so solo che vedo tutte le sfumature del grigio, che so che esistono il bianco e il nero, ma ci sono anche il rosso, l’azzuro, il viola, l’arancione, il verde e poi il marrone, l’azzurrino, il verde acqua e chi più ne ha più ne metta…

Intanto ogni tanto mi ripeto la preghiera della Gestalt di Perls:

Io sono io. Tu sei tu.
Io non sono al mondo per soddisfare le tue aspettative.
Tu non sei al mondo per soddisfare le mie aspettative.
Io faccio la mia cosa. Tu fai la tua cosa.
Se ci incontreremo sarà bellissimo;
altrimenti non ci sarà stato niente da fare.”

Così sia.

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