Il ciclo del contatto in Gestalt

Dopo i Principi della Psicoterapia della Gestalt e Le emozioni nella Psicoterapia della Gestalt, arriviamo al ciclo del contatto, caposaldo della Gestalt.
Per informazioni più approfondite, precise, complete, esatte (e chi più ne ha più ne metta), sul ciclo del contatto (cosa sento, cosa voglio, cosa faccio, come sto dopo che ho fatto quel che ho fatto) di Paolo Quattrini vi consiglio di leggere l’articolo Teoria del sé e ciclo del contatto di Sergio Mazzei.

Ora che ho fatto questa doverosa premessa comincio a raccontarvi il ciclo del contatto a parole mie (e quindi assolutamente in modo più impreciso, meno approfondito, incompleto e, potrebbe anche accadere, con qualche inesattezza. Ma va bene così).

La Gestalt è prima di tutto un modo di vivere, un continuo domandarmi “cosa sento” a livello emotivo di fronte a una situazione piacevole o spiacevole. La Gestalt infatti permette di sentire tutto, ma proprio tutto. Dal dolore più profondo, al piacere più inaudito. Permette di sentire anche emozioni tra loro apparentemente contrastanti. Ad esempio il dolore, ma anche un po’ di gioia. Sembra strano, ma non lo è così tanto.
Se pensate ad un evento doloroso come un lutto o una separazione e alla gioia che può dare in quel momento uno scambio con un amico, una persona cara, un abbraccio stretto o la mano di un bimbo che ci cerca.

La Gestalt permette di sentire la rabbia e la compassione, l’empatia intesa come sapersi mettere nei panni degli altri senza però dimenticarsi di ciò che sentiamo noi. Non è confluenza quindi, che è al contrario, un’interruzione del contatto; è sentire ciò che sente l’altro, anzi immaginare ciò che sente l’altro e restare consapevoli dell’effetto che ci fa, di ciò che noi sentiamo di fronte a quella persona.

La Gestalt è chiedermi “cosa voglio” visto quel che sento e quindi scegliere. La scelta è una delle più grandi libertà dell’essere umano. E anche una delle più grandi responsabilità intesa nel senso di capacità di risposta a qualcosa che mi accade. Quel che accade, accade, io non posso cambiare gli altri o il mondo esterno, posso cambiare me. Posso scegliere se rispondere con rabbia, dolcezza, sincerità o ironia. Posso scegliere come esprimere quello che sento. Non esiste una sola modalità espressiva. La Gestalt ci porta a scoprire svariate altre possibilità espressive, difficili spesso, se non sempre, che vanno pensate e scelte attentamente e che poco o niente hanno a che fare con quella che, comunemente, chiamiamo spontaneità.

La Gestalt richiede attenzione e presenza a sé stessi, agli altri e alle proprie decisioni. Anche non decidere o non rispondere è già una decisione. E ogni decisione implica intanto che ci assumiamo la responsabilità di quello che facciamo e poi che, necessariamente, dobbiamo rinunciare a qualcos’altro. Alla scelta che, appunto, non abbiamo compiuto. In altre parole si potrebbe dire: “Che prezzo sei disposto a pagare?”.

Una volta che ci è chiaro cos’è che vogliamo (e vi assicuro che non è affatto scontata questa consapevolezza) si arriva al “Cosa faccio?” inteso nell’azione che si presuppone si voglia mettere in atto. Voglio esprimere i miei sentimenti? Voglio difendere il mio territorio? Voglio abbracciare stretto qualcuno che non ho mai avuto il coraggio di abbracciare? Qui c’è uno spazio per la creatività totale, che va co-costruita nella relazione di aiuto. È il cliente che decide cosa vuole fare, come e quando, ma il terapeuta è lì con lui ad accompagnarlo per questa strada ancora sconosciuta. Il terapeuta può anche immaginare eventuali possibili conclusioni di una Gestalt ancora aperta, ma è solo il cliente che decide in autonomia e in piena responsabilità, cos’è che vuole fare. E ci possono essere anche strade sulle quali il terapeuta ha la libertà di dire “No, io qui non ti accompagno.” Penso a gesti autolesionistici o non etici, che non hanno cioè il sapore del bello e del buono.

Ultima tappa di una Gestalt che si chiude è “Come sto, cosa sento dopo che ho fatto quel che ho fatto?” ovvero una riflessione emotiva, cognitiva, di ciò che ci è accaduto, di come abbiamo risposto e agito e come stiamo ora. Nel momento presente.

La Gestalt non è una panacea di tutti i mali, anzi in certi momenti può essere davvero difficile perché ci porta a sentire. E cominciare a sentire può essere notevolmente doloroso, soprattutto all’inizio, ma poi accade qualcosa di magico. È come se ci fosse una tavolozza di colori che non sapevamo di possedere e con questi colori possiamo colorare il mondo. Di rosso, giallo, verde, blu, nero, grigio e persino fucsia.

La Gestalt per questo è prima di tutto un modo di vivere. E gestaltisti si diventa, con grande impegno e spesso con grande fatica. La ricompensa però è come vivere un film a colori, piuttosto che uno in bianco e nero.

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