Il mio particolare (e unico) Sapore di Natale dal Mondo…

Questo post nasce da nuovo contest, Sapori di Natale dal Mondo, promosso da Trippando e da Pranzo di Famiglia.

Appena ho cominciato a leggere l’articolo che spiega come partecipare ho pensato subito “So di cosa parlare”.
Sì, perchè a casa mia a Natale c’è una deliziosa tradizione culinaria portata avanti e trasmessa come un prezioso sapere, di generazione in generazione, di donna in donna.
Un giorno arriverà il mio turno e non potrò farmi trovare impreparata.

Cous cous libico

A casa mia, a Natale, non si mangiano i tipici manicaretti dell’Emilia Romagna. No, si mangia il cous cous preparato secondo una ricetta libica.
Da sempre e per sempre, altrimenti per me non è Natale.

Questa usanza ha origine circa 80 anni fa, quando la famiglia di mia madre chiuse le sue poche cose e qualche sogno spelacchiato in improvvisate valige di cartone, ed emigrò in Libia, durante il triste periodo fascista.
La Libia è la terra di origine di mia madre, lì è nata e cresciuta fino ai 21 anni.
Passeggiava su lunghe distese di sabbia, con uno sfondo africano alle spalle, il sole cocente, le donne libiche a capo coperto e con un solo occhio visibile.
Studiava e scriveva arabo, conosceva la differenza tra chi è di quel luogo e tra chi in quel luogo ci è ospite, quasi di passaggio.
Il cielo era terso e il caldo afoso, sarà per questo che ancora oggi, dopo più di 40 anni che vive in Italia, soffre di emicrania al primo accenno di pioggia. E qui da noi, la pioggia dura parecchio.

Da questa storia di un rimpatrio forzato, di valige di cartone chiuse con lo spago, di corse di notte a nascondere il poco oro, a chiudere una casa stata casa per ben 21 anni, all’affontare il mare buio e silenzioso e così triste di notte, con il vento tra i capelli e poche lacrime a solcare il volto, da questa storia finita male di impreparati conquistatori italiani, è nata l’intoccabile tradizione culinaria della mia famiglia.

Tripoli

Il cous cous si prepara per giorni e giorni, prima del 25 Dicembre, perchè ogni pietanza va preparata a sè. Quindi da una parte bolle il sugo piccante (e giuro che è davvero molto piccante), le cipolle passiscono in un altro pentolino, l’agnello lentamente rosola fino a diventare squisito, le patate bollono piano piano fino a diventare tenere e sugose, le carote addolciscono nel sugo di pomodoro e i ceci stanno lì a cuocere a fuoco lento. Nel mentre si prepara il cous cous che viene prima sbollentato, poi cotto al vapore e infine viene passato in padella con poco burro, poi con una forchetta, dolcemente, si stacca ogni granello dall’altro. Ogni singolo granello.

Anche il momento in cui ci si siede finalmente a tavola, i piatti vengono serviti sempre con le stesso rituale. Prima il cous cous, poi i ceci, le cipolle, l’agnello (per chi lo vuole), le patate, le carote e infine il sugo piccante.
Il piatto è un incontro sublime di sapori da estasi.
Non ho mai mangiato niente di così buono e non credo nemmeno sia possibile.

Di questo passato doloroso di mia madre e di sua sorella, il loro racconto più grande e profondo sta tutto in questo amore che mettono nel preparare il cous cous. Che io mangio con voluttà.
Questo per me è il Natale… e senza cous cous che Natale è?

Photo credit: NiklaZdenek

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