Senza titolo.

L’alba era silenziosa, il senso perduto. La notte insonne. È la luna piena, dicono.
Il libro aperto sul comodino, su una pila che sembra non finire mai, che cresce a dismisura. Mi domando se avrò mai il tempo per leggere tutti i libri che vorrei leggere. La risposta la so. È no.

Fuori è freddo, anche dentro me, temo. Cerco parole che non escono. Poi escono e escono male.

Corro, il problema è che non so dove. Mi fermo. Aspetto. Poi non aspetto più niente.
Mi guardo allo specchio. Guardo le mie rughe. Sono i segni di una vita che ho vissuto. Quanto ho riso, quanto ho pianto. Quanti pensieri, quanti dubbi, milioni e milioni di domande.

Mi ricordo la pianura padana e la nebbia fitta di Reggio Emilia, la mia seconda casa.
L’odore insostenibile del concime a cui, è incredibile, poi ti affezioni. I tetti delle case addormentate di notte, le luci dietro le imposte che sempre mi affascinano. L’accento così marcato.

Mi ricordo tutti i sogni di me ventenne, le risate sguaiate, i viaggi insieme. Le notti insonni e non certo per la luna. I primi baci, il primo amore. Le volte che ho pianto e tutte quelle che ho urlato.

I balli a piedi scalzi nella sabbia, l’alba in Portogallo e una notte in Sardegna quando ho sentito, come non mai, di essere un granello perduto in un universo infinito.

I falò con gli amici, le canzoni stonate cantate a squarciagola. Stare sempre dalla parte sbagliata della barricata, quella dove le botte le prendi e non le dai. E sapere che, in fondo, è quella e solo quella, la parte giusta in cui stare.

Genova assediata. Il sangue. La paura. Il mio babbo. E tornare diversa per sempre. Non crederò mai più a quello che scrivono i giornali. Mai.

Il giorno in cui mi hanno detto “ti amo”. Una volta soltanto è bastato per una vita. Il ritorno a Rimini. Il mare che ha preso il sopravvento sulla mia anima tormentata.

Elio, sole della mia vita che è venuto a illuminare i miei giorni. Dario che è arrivato da chissà dove a insegnarmi l’amore.

La paura di scegliere e di sbagliare. La consapevolezza di essere tanto e, insieme, di non essere niente. Niente.

Aprire i miei occhi e usarli per guardare. Davvero e negli occhi. Senza giudicare. Le persone che mi accompagnano in questo viaggio chiamato vita, da tempo immemore o da ieri. Il senso magico della vita, tutto qui, in un incontro.

Il vino bianco. Le grigliate di notte. Le ore in attesa. Le domande senza risposta. La bellezza di un paesaggio in Abruzzo, dove trovano pace le mie ansie. La libertà che sento, a tratti, e tutte quelle costrizioni autoimposte.

L’amore. E il dolore. E la paura. E poi, di nuovo, improvvisa, la rabbia che mi fa sentire viva.

Madonna che fatica. E non te lo dice nessuno che vivere è così immensamente bello e complicato. Me lo dico da sola. Vivere è stupendo e, a volte, ti spacca il cuore. Altre, però, il sole sorge improvviso, la luce ti colpisce in volto e nemmeno ti accorgi di come sia possibile. La tempesta è finita. Per questa volta, almeno.

E di ogni singola lacrima, di ogni singolo sbaglio, di ogni singolo sorriso, mi domando: ne è valsa la pena? La risposta è sempre sì. Di ogni cosa. Sì.

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