Levanto: il viaggio in treno – parte prima

Stazione di RiminiFino a qualche anno fa il treno lo prendevo spesso.
Avanti e indietro, tra la mia casa natia e quella adottiva.
Rimini – Reggio Emilia e ritorno.
Conoscevo a memoria ogni casolare, ogni curva, ogni stazione.
Poi l’Università è finita e ho smesso di viaggiare sui treni. Preferisco l’auto, con i bambini, il passeggino, le tre valige, i mille cambi, è più comoda.

Ma per viaggiare sola fino a Levanto ho pensato che era meglio il treno. Anche se i cambi da fare erano tre. Anche se il viaggio era lungo.

Non mi ricordavo più dello scorrere veloce del paesaggio dietro il finestrino. Galline che placide beccano a terra, cavalli immobili con la criniera al vento, finestre aperte di case abitate da chissà chi. L’odore acre di chi ha corso troppo o forse si è lavato troppo poco. Le urla di chi parla al telefono, che chissà perchè urla poi. La suoneria a tutto volume, che neanche mia nonna di 84 anni la teneva così alta, il libro letto da chi è proprio di fronte a te.

Uno sconosciuto che ti fissa per ore. Eppure sono certa di non avere la faccia sporca di cioccolato.

La pianura padana che scorre via, sempre uguale eppure sempre diversa. E d’un tratto, dopo una galleria, il mare ligure. Lì, atteso e meraviglioso, che quasi ti acceca e subito scompare nuovamente dentro un buio che mi pare infinito.

Le persone in stazione, che vanno e vengono e vengono e vanno. E io mi chiedo sempre dove andranno. Chi corre e chi lentamente trascina i piedi e i bagagli.

E sentire tanti sentimenti tutti insieme. La gioia e l’entusiasmo di partire, la malinconia di lasciare a casa la mia vita intera con i miei due amori, quello grande e quello piccolo. La paura che sempre precede un viaggio e l’ansia del ritorno. Le aspettative e la calma che mi prende quando poi il treno parte e va, verso dove deve andare.

Arrivare già con gli occhi pieni e pronti a riempirsi sempre più.
Viaggiare, per me, è anche questo.
E questo è stato l’inizio del mio viaggio verso Levanto.

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