Lettera aperta di una mamma a suo padre

Me lo ricordo come fosse ieri. Ero triste, piangevo forse. O forse no. Ma dentro, di sicuro, ero triste.

Ero seduta alla mia scrivania, faccia alla finestra e spalle alla porta, sempre chiusa.
Ovvio, ero un’adolescente e la porta della camera sta chiusa sul mondo e, soprattutto, sui genitori.
Mi ricordo i lunghi silenzi che volevano dire molto di più di quel che si potrebbe mai dire a parole.

Ma a 14 anni non lo sai ancora. Non sai e non capisci i patimenti dei tuoi. Pensi solo che non ti comprendono e invece lo fanno, eccome. E’ proprio per quello che si preoccupano e soffrono con te.

Dicevo, mi ricordo come fosse ieri le lacrime salate per la prima delusione d’amore.
Mi sentivo sola. Lui era più grande di me e io ero innamorata, o credevo di esserlo, ma non importa più, ora.
Poi quella telefonata verso sera. In estate. L’estate non è fatta per essere tristi, non a Rimini almeno. A Rimini, in estate, si vive intensamente e tutti sono felici (o forse lo sembrano solamente).

Quella telefonata, a un telefono ancora fisso. Non c’era neanche il cordless a casa mia. Ma quei telefoni grigi, della Sip. Quelli che adesso non li ha più nessuno. Essere lasciati così, la prima volta. Al telefono fisso, che non puoi nemmeno spostarti per piangere in pace e chiedere perché. E soprattutto essere lasciati in estate a Rimini a 14 anni.

Sono sicura di ricordare che piangevo, ora. E mi ricordo, esattamente, i passi lievi di mio babbo che entra nella mia camera e mi abbraccia forte da dietro. Un abbraccio che diceva più di tante parole.

Io ero ancora triste, ma meno. Che ho pensato che se esiste un amore è così. Un amore che non fa soffrire, ma che consola.
E mi sono ricordata di me bambina sul cannone della sua bici e della gioia di andare insieme in edicola a comprare i miei primi giornalini. E’ stato lui a trasmettermi la passione per due delle cose che amo di più oggi: la bicicletta e la lettura.

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Ho pensato che siamo così diversi, che abbiamo passato anni senza parlare davvero, ma che siamo anche così simili poi. Nell’impazienza dell’attesa, nella puntualità ossessiva, nelle preoccupazioni infondate, nella laicità assoluta, nella libertà di pensiero, nell’essere di sinistra e ancora un po’ più a sinistra, se si può.

Ed è bello sapere che da qualche parte lui c’è. E ci sarà sempre.

 [Questo post è sponsorizzato, ma anche no. Parla di me e di mio babbo e di lunghi silenzi pieni di significato.
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